"È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili."

( Ernest Hemingway)

giovedì 28 marzo 2013

Al Bastione gli esseri del buio.




Io e Maurizio pensammo di trascorrere qualche minuto sul Bastione, una monumentale piazza edificata agli inizi del novecento. Il Bastione è una struttura che domina la città, pertanto dal suo parapetto si possono osservare numerosi quartieri, dalla Sella del Diavolo per arrivare sino al colle di S. Michele, passando per la boscosa collinetta di Monte Urpinu. Nei primi anni dell’Università mi fermavo a contemplare quel panorama di case, mare, palazzi e colli, tante volte da solo, altre volte in compagnia di qualche collega, magari per discutere dell’imminente esame. In effetti al tempo si trattava di un luogo particolarmente tranquillo, soprattutto quando la sera faceva scivolare il suo mantello sul perimetro urbano. Dai giorni in cui vi andavo regolarmente è trascorso del tempo, e l’atmosfera ha subito un cambiamento radicale, tanto che oggi posso affermare di rimpiangere quel luogo dismesso ed umido. In quella stessa piazza, qualche anno prima, circolavano personaggi misteriosi, indecifrabili, del tutto estranei alle convenzioni sociali del nostro tempo. Questi “anonimi” si concentravano negli angoli più tetri, ed insieme organizzavano e discutevano dei loro ermetici affari. Nelle panchine circolari qualcuno era solito iniettarsi la propria dose di eroina, altri scolavano come autopompe litri di birra scadente, taluni decidevano di compiere clamorose attività illecite, senza la minima preoccupazione d’essere “pizzicati”. Del resto, non potevano imbattersi in alcun problema: quella era una zona franca della città. Tutte le metropoli hanno le loro “zone franche”, in cui la legge assume la stessa valenza dei divieti nei cessi pubblici. In questi Far West nostrani lo Stato s’inchina sino a baciarsi le punte delle scarpe, arriva a genuflettersi dinanzi a questa variopinta e sconvolgente schiera d’individui, che assiste con lo stesso riguardo con cui una scrofa cura i propri piccoli prima di divorarli.

Cagliari è un capoluogo di modeste dimensioni, non sicuramente paragonabile ai popolosi centri del settentrione. Tuttavia anche Cagliari aveva ed ha le sue zone franche: S. Elia su tutte, ma anche Via Serucci, Piazza S. Michele, Via Castelli, il CEP, anche se le amministrazioni comunali hanno cancellato alcuni habitat naturali come Piazza Matteotti o lo stesso Bastione. Proprio sul Bastione è stata allestita una moderna pista di pattinaggio, e delle potenti illuminazioni hanno reso l’ambiente assai più accogliente per il patriziato urbano, che amplia i suoi orizzonti su quei territori in cui non avrebbe mai pensato di poter posare le proprie costosissime scarpette.

Proprio l’altro ieri sono ritornato sulle ripide scalinate del Bastione e, se devo essere sincero, provavo una paradossale nostalgia per quell’ambiente tetro e pericoloso, dove “gli anonimi” potevano trovare il conforto e l’accoglienza dei propri simili. Già, “gli anonimi”, la comitiva di cui anch’io faccio ormai parte, capaci di evitare la luce come vampiri fuoriusciti da datati romanzi dell’orrore. Fioriscono accigliati dalla muffa dei quartieri popolari o dai pericolanti alloggi del centro storico, per andare a riversarsi in quei luoghi che la maggior parte delle persone “perbene” non frequenterebbero nemmeno sotto la minaccia di una Quarantaquattro Magnum. Le ordinanze comunali hanno tentato di cancellare questi spazi, ma “gli anonimi”, come evoluti camaleonti urbanizzati, si sono adattati per resistere in luoghi sempre più irraggiungibili. Si, assolutamente irraggiungibili, come quando decidono di librarsi nell’aria, per andare a schiantarsi sul marciapiede sottostante, dinanzi allo sguardo inorridito o morbosamente curioso dei passanti di turno. Quante persone hanno scelto le mura del Bastione per compiere l’azione decisiva, quante persone hanno detto basta alla povertà, alla solitudine, o semplicemente a quei pensieri che tormentavano le loro menti esauste. Sulle cronache dei giornali locali si possono leggere, allora, le consuete informazioni sommarie. - Aveva molti debiti! -Oppure - Da anni non andava d’accordo con la moglie! – Gli hanno portato via i figli – Il suo patrimonio è stato sequestrato! Ecco dunque le probabili od improbabili ricostruzioni dei giornalisti, e mai si accenna a questa società marcia, che non appena ti rendi colpevole (od incolpevole) di qualsiasi cosa è pronta ad etichettarti, umiliarti o schiacciarti, per poi isolarti brutalmente come uno scarafaggio schifoso...

Non molto tempo fa anch’io stavo per diventare protagonista assoluto dell’ultimo atto, a qualche settimana dall’uscita dal carcere. Il reinserimento era stato più difficile del previsto, quasi tutti mi avevano abbandonato ed i pochi amici rimasti non erano sempre disposti ad ascoltare le mie recriminazioni. Così, reso più coraggioso da un mix di alcolici e psicofarmaci, mi avviai risoluto verso il leggendario muro degli anonimi. Oggi non so dirvi se ero seriamente intenzionato, tuttavia ricordo la sensazione di fumosa disperazione, quella dolorosa percezione che ti perseguita in capo al mondo, quegli oscuri pensieri che reprimono qualsiasi raggio di sole incuneatosi nella nebbia della tua anima...

Appoggiate le mani sul parapetto guardai giù, in direzione della piazza alberata. Il mio respiro era diventato affannoso ed irregolare, come se l’anima volesse già fuggire dal corpo. Uomini e donne, bambini ed anziani, pacifisti e guerrafondai passeggiavano tranquilli inconsapevoli della mia personalissima tragedia. Chissà cosa avrebbero esclamato, chissà cosa avrebbero scritto i giornali, chissà quali ricercate espressioni avrebbe pronunciato quella ricca signora ingioiellata che stazionava dinanzi alle vetrine! Non sarebbe stato male sporcarle la pelliccia del mio sangue, certo, avrebbe avuto il suo effetto scenico. Comunque... Avete mai ascoltato quella vecchia canzone, si, proprio quella che parla di un aspirante suicida, convinto a desistere da un angelo piombato dalle vellutate poltrone del Paradiso? Si, quella canzone in cui l’angelo elenca una serie di circostanze per cui vale la pena di vivere: il mare, l’amore di una donna, etc... Bene, non vi sembrerà vero, ma non mi è capitato nulla di tutto ciò. Non appena misi il piede sul parapetto, un violento conato di vomito mi sorprese come potrebbe sorprendermi un pagliaccio ubriaco che, inondato da un acquazzone autunnale, si abbassa pantaloni e mutande all’apice di una funzione funeraria! Eh si! Dannate vertigini... Quella sera mi salvarono la vita, ma a conti fatti posso considerarmi soddisfatto. Certo, la mia esistenza fa ancora abbastanza schifo: ricordi orribili, soprusi, povertà ed ossessioni striscianti continuano a perseguitarmi, ma non posso morire in questo modo, diciamo... Almeno per il momento! Prima di farlo devo saldare qualche conto aperto. Come assicura il saggio dove non arriva l’amore arriva l’odio, ed io di odio ne ho da venderne, anzi, addirittura da regalarne.

Brano tratto da "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.

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