"È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili."

( Ernest Hemingway)

giovedì 28 marzo 2013

L'inafferrabile Agostino.





Credete di conoscere tutto, non è vero? Nelle vostre ordinarie auto a rate, nei vostri libretti bancari, nei vostri abbinamenti calze e cravatta. Credete che tutto sia alla vostra portata? Bhè, attendete un attimo prima di rispondere... Provate ad immaginare Antonio Cassano con uno sfregio sul labbro superiore. Immaginate un individuo il cui mestiere sia quello di preparare degli intrugli, capaci di provocare violente emozioni artificiali. Immaginate un uomo i cui maggiori piaceri siano quelli di fotografare le vicine dalla finestra della sua stanza, oppure salire sui tetti e collocare delle insidiose trappole per gabbiani. Bene, queste sono solo alcune caratteristiche del mio coinquilino, e difficilmente nella vostra vita avete già incrociato un stile di vita tanto alternativo. Come aperitivo, vi descriverò l’episodio del nostro primo incontro.

Ritornato da casa di Valeria decisi di leggere qualche pagina del manuale di diritto privato. Quando la coscienza era già invasa da incomprensibili termini giuridici sentì bussare violentemente alla porta. Mi alzai dal letto scombussolato, e quando aprì mi ritrovai dinanzi ad un ragazzo dagli occhi particolari, quasi sfavillanti, gli occhi inconfondibili del pazzo. Indossava una camicia coi gradi dell’esercito, ed un paio di pantaloni che parevano cuciti da un sarto con un evidente dramma mentale. Oltre ai suoi occhi, che mi fissavano nell’assoluto silenzio, mi sorpresero lo spropositato numero di cicatrici sul volto, in particolare una che gli attraversava diagonalmente il labbro superiore. Tra le mani teneva un bottiglione di vino rosso, posizionato all’altezza del petto come se fosse uno strumento di autodifesa personale.
“Va bene, va bene”, disse urlando,  “io sono Agostino, e tu sei il nuovo inquilino... Voglio sapere il tuo nome e la tua provenienza!”
“Piacere... Lorenzo. Sono di Arasolè.”
“Deu soi de casinu.” Sibilò con rabbia tra i denti marci. Dopo questa frase piombò il silenzio, ma improvvisamente mi ordinò di seguirlo ed io accettai, scombussolato dal suo atteggiamento. Mentre percorreva l’andito vidi che ad ogni quattro passi si fermava per portarsi il bottiglione alla bocca. Fatto questo si guardava intorno con aria sospetta, come se dovesse localizzare nascosti pericoli. 

Quando giunse nei pressi della sua stanza diede un vigoroso calcio alla porta, che sbatté al muro causando un tremendo frastuono: quando entrai il primo pensiero fu quello di scappare a gambe levate. Tutto si poteva dire di quella stanza, meno che appartenesse ad una persona sana di mente. Su una credenza erano stati sistemati alcuni bottiglioni di vino di varie dimensioni, quasi tutti colmi. Disposte in fila indiana come un esercito in ritirata, alcune bottigliette erano state ordinate per tutto il perimetro della camera con precisione ossessiva. Due o tre di queste mostravano il chiaro simbolo del teschio bianco su campo nero. Il pensiero balzò immediatamente all’evidente possibilità del veleno.
“Ne vuoi?” mi disse porgendomi il bottiglione.
“No, grazie...”
“Perché?
Ci fu altro silenzio. Agostino ciondolava dinanzi a me.
“Fai molto male, questa è vernaccia, bevila, ti farà bene!” Rifiutai definitivamente ma con la massima gentilezza, dunque Agostino baciò il bottiglione e se lo portò alla bocca, mentre alcune gocce calavano lentamente dalle labbra verso la gola. Durante quel curioso intermezzo decisi di guardarmi intorno. Sulle pareti erano state appese delle foto oscene, tutte esageratamente esplicite. Altre foto rappresentavano Agostino in probabile compagnia dei sui amici, persone dai visi bizzarri, enigmatici, talvolta deformati. Non so spiegarvi quali sensazioni mi colsero osservando quelle foto, ma quella comitiva era lontana anni luce dalla mie abituali frequentazioni: persone appese per i piedi al ramo di un albero, alcuni sprovveduti che simulavano impiccagioni o inquietanti ghigliottine, giovani riportanti traumi facciali sorridevano entusiasti quasi sdentati, anziani brindavano eccitati dinanzi a vetture dalla carrozzeria squarciata altri che, sorridendo, lucidavano potenti armi da fuoco.
“Accidenti a voi”, mi disse estasiato, “ad Arasolè mi sono preso una sbornia pazzesca. Dopo tre giorni mi hanno riportato a casa in ambulanza...”
“Era per la Sagra del Vino?”
“No, era Pentecoste, sono molto religioso! Mi hanno infilato in una cantina minacciandomi che se non avessi assaggiato il loro vino non avrei visto la luce del sole. Ho bevuto sino a scoppiare, sono convinto che se non fossi svenuto mi avrebbero cacciato in malo modo...”
Mentre parlava Agostino trafficava con alcune ampolle, alcune delle quali contenevano delle insolite pastiglie colorate. Di tanto in tanto ne afferrava alcune e le triturava in un bicchiere, dunque faceva scivolare il risultato su un foglio di carta. Soltanto allora lo mescolava con dell’altra polvere: infine sceglieva con cura un bottiglione, riempiva un bicchiere di vino ed infine vi scioglieva la soluzione da lui ideata.
“Prendi questo”, mi disse solennemente, “t’ho preparato una delle mie specialità.”

Presi il bicchiere e l’annusai. Provai a chiedergli cosa contenesse, ma lui mi disse che dovevo fidarmi, perché ora eravamo coinquilini ed occorreva “mantenere una fiducia reciproca e totale”. Annusai con rinnovata diffidenza quella tisana chimica, poi la mandai giù senza pensarci...



Brano tratto dal libro "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.

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